Il Circolo Universitario Antonio Greppi è un Circolo ambientale dei Giovani Democratici di Milano.

Il Circolo nasce per fornire a tutti gli studenti e dottorandi, milanesi e fuorisede, un polo di aggregazione sociale, costruzione politica e promozione culturale incentrato sulle competenze e i saperi peculiari del mondo universitario milanese. Il Circolo Universitario è aperto alla partecipazione di tutti gli studenti universitari, senza alcuna discriminazione rispetto all’Università di provenienza.

Il Circolo Universitario è intitolato ad Antonio Greppi, il primo Sindaco della Milano liberata, scelto dal CLN nel 1945 per ricostruire la città dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e ricordato dalla Cittadinanza per aver adempiuto al difficile compito ponendo la cultura come tratto saliente di una rinascita civica e civile.

martedì 19 giugno 2012

Non c'è alternativa ai tagli?

Contro la privatizzazione della democrazia

di Nello Preterossi

La logica dei tagli imperversa come unico orizzonte possibile del nostro presente. Domina ormai anche il dibattito sulla crisi della rappresentanza democratica e sulla necessaria rigenerazione della politica in Italia.

Le uniche ricette che sembrano prevalere nella discussione pubblica sono tutte declinate nel senso della contrazione dello spazio della politica. Come se il vero problema oggi non fosse il radicale squilibrio di potere tra finanza e democrazia, decisioni imposte in virtù di uno stato di necessità economico interpretato come legge naturale e autonoma progettualità politica fondata su un’effettiva legittimazione democratica.

Le soluzioni invece, seguendo il dibattito mediatico e gli umori dominanti dell’opinione pubblica, sarebbero l’eliminazione (o la drastica riduzione) del finanziamento pubblico dei partiti, il taglio dei parlamentari, il rafforzamento del vertice dell’Esecutivo a scapito del Parlamento ecc.

Lungi da me negare che le istituzioni e l’amministrazione di questo Paese debbano diventare molto più efficienti: ma ciò al fine non già di ridurre lo spazio e il ruolo della politica, bensì per ribadirne e rilanciarne la funzione irrinunciabile di mediazione e orientamento collettivo.

Il problema che abbiamo di fronte non è quello di privatizzare e comprimere i soggetti della democrazia, ma di ricostruirne l’autorevolezza e la legittimazione. Di riannodare quei fili che debbono connettere costantemente la società alle istituzioni, senza i quali le condizioni minime della convivenza civile vengono meno e una comunità politica si sfalda, riprecipitando nello stato di natura, nella guerra per bande, nella decivilizzazione.

Ora è innegabile che una parte significativa del ceto politico italiano stia facendo di tutto per dare ragione all’antipolitica, confermando la massima secondo la quale Dio acceca quelli che vuole perdere.

Così come è indubbio che la qualità della rappresentanza si sia profondamente degradata, grazie soprattutto (ma non solo) agli effetti del berlusconismo, prima trionfante e poi crepuscolare, e al Porcellum. Peraltro, questo processo degenerativo non ha trovato nelle élites economiche e intellettuali anticorpi adeguati, bensì spesso collusioni interessate.

Un accecamento collettivo e irresponsabile che prepara l’eclissi della democrazia stessa, perché annuncia non un vero e profondo cambiamento, ma possibili fuoriuscite autoritarie dalla crisi, nuove deleghe in bianco (alla tecnocrazia o al populismo poco importa), e magari un nuovo riflusso quietista dopo la gogna.

Insomma, gli errori e l’impotenza della politica alimentano giudizi generici e sommari, determinando un clima nel quale fioriscono luoghi comuni semplicisti e suggestioni antipolitiche che producono un avvitamento pernicioso. Ma pongo un interrogativo: non sarà che la privatizzazione della politica – che conosce oggi episodi eclatanti e tristissimi di corruzione, di uso personale dei partiti e delle funzioni pubbliche –, è anche conseguenza del più generale processo di privatizzazione che ha reso subalterna e servente la politica all’economia?


Tanto che, se la politica non serve o al massimo deve (sempre più faticosamente) procacciare consenso a decisioni prese dai grandi poteri finanziari, obbedendo alla nuova “teologia dei mercati”, molti “politici” hanno pensato che tanto valeva usare la politica e il proprio ruolo istituzionale per fini puramente personali o di clan, lucrando un vantaggio privato? Questa non è affatto una giustificazione, com’è evidente,ma un tentativo di comprendere il senso di quanto sta accadendo andando al di là della superficie.

Invece, qual è l’alternativa che oggi viene proposta a questa crisi di legittimità? Quella di assumerla e aggravarla: riducendo il peso della rappresentanza (quando invece occorrerebbe interrogarsi sulle ragioni strutturali e le conseguenze pericolose della sua crisi); sostituendo alla politica la tecnica (come se questa fosse neutra e di per sé legittima); privatizzando il finanziamento della politica (quando occorrerebbe porre argini forti all’influenza diretta o indiretta della ricchezza nella politica e ai conflitti di interesse, senza confidare eccessivamente in authorities e regolatori, le cui condizioni di indipendenza debbono essere sempre verificate e in particolare in Italia ricostruite dalle fondamenta).


Oltretutto, senza considerare attentamente un punto: laddove più pesa il denaro nelle scelte politiche e si è puntato tutto sui finanziamenti privati ai candidati (riducendo di fatto i partiti a comitati elettorali e collettori di raccolta-fondi), come negli Stati Uniti, non è che le cose funzionino così bene.

Su molte materie è assai difficile legiferare (dall’acquisto libero di armi alle questioni energetiche ed ecologiche, dalle imprese farmaceutiche alla sanità, dai mercati finanziari alle banche), perché il peso delle lobbies e dei loro finanziamenti agli eletti è tale da rendere quasi impossibili – o molto onerose – determinate scelte nell’interesse della collettività, ma svantaggiose per i finanziatori.

I fenomeni di corruzione, condizionamento opaco, commistione tra regolatori e regolati, strapotere della finanza - nonostante la regolamentazione delle attività delle lobbies e la presenza di autorità indipendenti -, sono ormai strutturali e minano la credibilità del sistema americano (si pensi a casi come quello Enron, ai ripetuti crack bancari, agli inquietanti conflitti di interessi di vari esponenti della amministrazione Bush jr. protagonisti della guerra in Iraq).

Nella campagna presidenziale in corso Wall Street ha di fatto “comprato” il suo candidato, con un investimento colossale e mai come questa volta univoco sul repubblicano Romney (evidentemente, bisogna farla pagare a Obama, per quel poco di politica indipendente che è riuscito a fare).

E francamente è assai dubbio che questa potenza di fuoco possa essere bilanciata dai finanziamenti dal basso che si concentrano sul Presidente in carica. Di fronte a tendenze di questa portata, fa impressione che la Corte Suprema (a maggioranza conservatrice) abbia di recente ritenuto non doversi porre un limite alla raccolta di finanziamenti privati ai candidati, a tutela dell’uguaglianza democratica, legittimando di fatto una sperequazione potenzialmente illimitata tra attori politici e sottovalutandone le pesanti conseguenze in termini di alterazione della competizione, soprattutto nella possibilità di utilizzare gli strumenti decisivi della comunicazione per spiegare, far conoscere, diffondere capillarmente le proprie posizioni.

Ora, il potere economico ha sempre contato in politica, mirando a condizionarne le decisioni. Ma proprio per questo sono stati previsti argini e freni a tutela di una sua (relativa) autonomia. Sancire costituzionalmente che non c’è limite all’intervento della ricchezza nella vita democratica non mina alla radice anche una concezione realistica della democrazia come “poliarchia” (Dahl)?

Come mostra Bernard Manin nei suoi Principi del governo rappresentativo, il vincolo della ricchezza altera la competizione perché conferisce potere di per sé, in virtù del costo della diffusione dell’informazione: “Il primo cambiamento che si rende necessario è l’eliminazione degli effetti della ricchezza sulle elezioni. Un tetto alle spese elettorali, un’applicazione rigorosa di tale tetto, e il finanziamento pubblico della campagne elettorali sono i mezzi più ovvi per progredire in direzione di questo fine” (ed. it. Bologna, Il Mulino 2010, p.177).

Dunque, a mio avviso occorre ribadire con forza, anche se non è di moda, che il finanziamento pubblico è giusto e deve essere difeso, se si vuole combattere una concezione patrimoniale della politica (del tutto funzionale all’egemonia neoliberista) e si vuol continuare a prendere sul serio la promessa normativa della democrazia.

Ma ciò presuppone una ricostruzione culturale e sociale della qualità della politica, che muova dalla radicale – e autocritica – messa in discussione della bolla ideologica “privatistica” che ha dominato (anche a Sinistra) l’ultimo ventennio. Il finanziamento pubblico dei partiti deve servire a sostenere una politica di alto profilo e autonoma.

Affermato questo principio, si può e si deve riformare modalità ed entità di tale finanziamento, imporre trasparenza, dare attuazione al dettato costituzionale sul ruolo dei partiti garantendo democrazia interna e controlli, ripensare seriamente il rapporto politica-denaro, anche con norme incisive sulla corruzione (fin ad oggi mai prese sul serio in considerazione). Perché le storture sono evidenti e insopportabili. E cospicue le forze “elitiste/nichiliste” pronte a utilizzarle per portare a compimento una definitiva transizione postpolitica e antisociale.

Se crediamo ancora che la politica democratica serva a dare voce e a chi altrimenti non l’avrebbe, ricordiamoci della lezione di Enrico Berlinguer: una classe politica per essere dirigente e non subalterna deve riconoscere la natura politica e istituzionale della questione morale, essere attrezzata culturalmente ed eticamente, avere una visione del mondo e non temere di portarla avanti nella società.

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