Fonte: Rete Universitaria Nazionale
Mentre scriviamo, non è ancora certo se l’iniziativa di Profumo prenderà la forma di un decreto o di un
disegno di legge. La forma, in questa caso, fa la differenza. Il decreto dovrebbe presentare aspetti di
necessità e di urgenza, il secondo creerebbe uno spazio di riflessione e discussione più ampio.
Qualunque sia la forma del provvedimento legislativo, i due campi su cui interviene la questione del
“merito”, scuola e università, sono diversi tra loro.
La valutazione del merito – definizione ambigua che copre di tutto: dall’impegno personale, al talentonaturale, al privilegio sociale – nella scuola secondaria appare un controsenso: obiettivo della scuola è
l’inclusione, non la selezione, come espresso nella Costituzione (artt.3 e 34).
Per l’università, il discorso è diverso. La valutazione e valorizzazione delle capacità in un percorso formativo
non obbligatorio è un obiettivo condivisibile. Qui, per sgombrare il campo da ambiguità serve chiarire:
merito è cosa diversa da meritocrazia. Eliminando tutte le norme ornamentali, quali gare concorsi e festival,
può servire fissare alcuni punti di ragionamento.
Meritocrazia è una società in cui ricchezza e potere sono distribuiti sulla base di risultati scolastici e ancor
peggio dei quozienti di intelligenza. La casta che ne deriverebbe, secondo Young, sarebbe ancora più
chiusa, impermeabile, escludente, delle vecchie caste cui si contrappone. In particolare la scuola finirebbe
per rendere la selezione sempre più precoce concentrando sui pochi le eccellenze educative, e aumentando
a dismisura la selezione e la dispersione di quanti non si adeguano agli standard di intelligenza dagli stessi
“intelligenti” definiti. A questa, si contrappone la democrazia.
Merito, più semplicemente, può significare inserire nei percorsi di formazione, momenti di selezione degli
studenti più capaci, valorizzati e premiati nel loro percorso di studio.
Va sconfessata la retorica del merito che serve nient’altro che a coprire e giustificare un’ideologia classista
che aumenta le differenze, non interviene sulle principali cause di “selezione naturale” che portano alla
dispersione scolastica e all’abbassamento dei livelli di studio. Le cause di differenza, diverse dalle attitudini
individuali, sulle quali bisogna intervenire con precise politiche pubbliche riguardano il tipo di scuola che
frequenti, da dove sei nato e dal livello di istruzione dei genitori. Il merito dovrebbe emergere dopo che
sono state alleviate con precise e mirate politiche pubbliche queste cause di differenza. Dopo, non prima.
Altrimenti è una fotografia delle diseguaglianze.
Come più volte ci ha ricordato Andrea Ranieri, guardando le indagini OCSE-PISA, si nota che il tasso di
dispersione scolastica e il non raggiungimento di standard qualitativi elevati vanno assolutamente insieme.
La Finlandia ha i livelli più alti di eccellenza e non boccia nessuno, porta quasi la totalità dei ragazzi a
ottenere il diploma a 18 anni. I paesi che stanno peggio di noi dal punto di vista qualitativo stanno peggio di
noi nei livelli di dispersione scolastica.
Sia l’eccellenza che la lotta alla dispersione richiedono una scuola che sia flessibile e capace di
personalizzare i propri obiettivi, richiedono autonomia perché il lavoro che bisogna saper fare per tenere
dentro un ragazzo in difficoltà e il lavoro teso a valorizzare le eccellenze fanno parte della stessa
professionalità, e richiedono una struttura organizzativa in grado di compiere un’operazione di personalizzazione. Una scuola inclusiva- la scuola del ”non uno dimeno”- e la scuola capace di valorizzare le
eccellenze non sono due realtà contrapposte, ma vanno insieme, come dimostrano le esperienze educative
di tanti paesi, ma anche di tante scuole italiane.
Per l’università il discorso è simile. Profumo si difende: abbiamo portato a 150 milioni il finanziamento per
le borse di studio. Bene, non basta. Serve garantire le borse a tutti gli aventi diritto, serve ampliare la
platea. Restiamo indietro nelle statistiche sul welfare studentesco che riguardano Francia, Germania e
Spagna. Serve perché vanno rimosse le cause di differenza diverse dalle attitudini individuali, altrimenti non
solo è iniquo, ma non funziona. Il ruolo delle élite di cui parla Profumo resterà un titolo ereditario, con la
differenza che la borghesia italiana d’inizio novecento che aveva fondato la Bocconi, oggi finanzia il Cepu.
Oltre che fare riferimento al nesso tra maggiore istruzione e maggior guadagno, ci interessa sottolineare il
legame tra maggiore istruzione e cittadinanza consapevole. Non serve creare un'élite di bravi e basta, ma
punte di eccellenza messe a sistema con la società intera, cioè con persone più istruite, o più persone
istruite.
Si aggiunga a questo il discorso riferito alle possibilità lavorative. La bassa qualità dell’offerta di lavoro non
premia chi studia. Alma Laurea dice che i laureati in specialistica guadagnano meno dei laureati in triennale
(1.080 salario medio nella specialistica, 1.105 per la triennale) insomma studiare di più, nel breve medio
periodo non premia. È questa l’abitudine da interrompere: serve avere persone più istruite ed anche più
persone istruite, serve a tirare in alto l’offerta di lavoro. Nel libro bianco di Delors, si delinea il ruolo
dell’istruzione come strumento di sviluppo della qualità della vita e del lavoro, più di qualunque attività
industriale o finanziaria.
In ultimo, le indiscrezioni sul testo del decreto – ancora oggi pomeriggio sono in corso limature e modifiche,
prima che venerdì il testo arrivi in CdM – riportano alcune norme importanti, tra le quali lo sblocco dei
concorsi per la docenza, l'abilitazione e la possibilità di iscriversi a corsi di laurea diversi
contemporaneamente. Misure utili (urgente quella sui concorsi) che speriamo superino le pastoie di una
discussione che rischia di insabbiarsi ancor prima di prendere forma legislativa precisa.
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