Il Circolo Universitario Antonio Greppi è un Circolo ambientale dei Giovani Democratici di Milano.

Il Circolo nasce per fornire a tutti gli studenti e dottorandi, milanesi e fuorisede, un polo di aggregazione sociale, costruzione politica e promozione culturale incentrato sulle competenze e i saperi peculiari del mondo universitario milanese. Il Circolo Universitario è aperto alla partecipazione di tutti gli studenti universitari, senza alcuna discriminazione rispetto all’Università di provenienza.

Il Circolo Universitario è intitolato ad Antonio Greppi, il primo Sindaco della Milano liberata, scelto dal CLN nel 1945 per ricostruire la città dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e ricordato dalla Cittadinanza per aver adempiuto al difficile compito ponendo la cultura come tratto saliente di una rinascita civica e civile.

lunedì 11 giugno 2012

Intervista a Federico Nastasi (RUN)

Per un'Università che crei sapere e non profitto

1- Dalla metà degli anni ‘90 le organizzazioni studentesche si stanno sempre più incanalando in due distinti filoni –spesso dicotomici- di rappresentanza politica. Una, tradizionalmente legata al modello dei collettivi ‘storici’, auto-organizzati e, per la maggior parte, autonoma; l’altra, formatasi più recentemente, legata alle realtà sindacali nazionali e formata da una fitta rete di associazioni locali. Alla luce di queste premesse, come si pone la vostra attività all’interno dell’Ateneo?
Le distinzioni tra le realtà studentesche sono antiche. Nel febbraio del ’77 Luciano Lama fu contestato alla Sapienza dagli “indiani metropolitani” e dai militanti di Autonomia Operaia. Nel servizio d’ordine c’erano gli universitari della FGCI. Noi saremmo stati con questi ultimi.
La nostra associazione, è una rete di associazioni. Siamo presenti in modo uniforme dal nord al sud del Paese, nelle città metropolitane e nei piccoli Atenei della provincia italiana.
La nostra attività è di carattere sindacale, di rappresentanza sociale e politica, ci occupiamo di servizi agli studenti.
Abbiamo rifiutato la logica arrendevole secondo la quale se non posso cambiare il mondo, mi creo il mio angolo di paradiso. Si sta bene solo se stanno bene tutti, o comunque molti.
Rispetto al trascorso degli anni ’90, con le organizzazioni studentesche di ispirazione sindacale – nate nel solco dell’UNEF in Francia – l’esperienza ci dice che non basta fare sindacato. L’Italia non è la Francia, siamo il paese più politicizzato d’Europa: oltre ad una logica di difesa dell’esistente, di vertenza, serve un lavoro di proposta politica, di elaborazione. Queste è l’orizzonte del nostro impegno.


2- Ultimamente si è iniziato a ripensare a queste forme di rappresentanza, tenendo presente che, anche al di fuori dell’Università, gli organi elettivi stanno attraversando una crisi strutturale dalle radici profonde. Quale ruolo e quale evoluzione si prefiggono i movimenti studenteschi nella vostra prospettiva? Quali potrebbero essere le modifiche attuabili per far sì che avvenga un effettivo miglioramento della società politica?
Il movimento più interessante degli ultimi tempi è senza dubbio quello degli studenti cileni: una solida piattaforma politica, un’iniziativa continuata nel tempo e lo sforzo costante di costruire alleanze sociali. Molto più in piccolo, il “comitato 9 aprile” in Italia aveva questi obiettivi. Gli universitari, più di qualunque altra componente giovanile, sono la molla che fa scattare i movimenti. Basta pensare all’autunno del 2010: sono partiti i ricercatori, ma l’adesione degli studenti è stata la scintilla che ha incendiato la prateria.
Non riesco ad immaginare nessun percorso di progresso della società senza un coinvolgimento dei movimenti studenteschi. A questi serve però una prospettiva politica: il rischio è sempre che con il freddo di dicembre finiscano le mobilitazioni.
All’interno dell’università, dobbiamo ancora lavorare molto per dar forza alle rappresentanze studentesche. La media di partecipazione al voto è sempre bassa, mai sopra il 20%. Per essere autorevoli serve essere rappresentativi. In alcune università la ragione numerica della rappresentanza varia a seconda dell’affluenza, può essere un incentivo per tutte le liste a lavorare meglio e di più, invitando al voto.
3- Tra le questioni più dibattute riguardo le sovvenzioni statali alla vita universitaria, è entrata con prepotenza quella legata alle forme di sostegno al reddito, diretto ed indiretto (a partire dall’alloggio e dalla mobilità). A vostro parere, quali sono le misure economiche necessarie per gli studenti universitari e per i giovani disoccupati o precari (reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito, salario minimo)?
Sono cose diverse e richiedono risposte diverse. Per gli universitari serve un modello di diritto allo studio che leghi le tutele alle fasce più deboli, incentivi per le classi medie, premi per le eccellenze indipendentemente dal reddito. Per chi volesse approfondire la questione è anche disponibile un nostro documento, per un modello di “diritto allo studio con tre gambe”.
La favola di Abravanel e Giavazzi parla di meritocrazia senza dar risposta ai bisogni. Sono favorevole a stabilire forme di salari minimi, per stage e contratti a progetto, meno al reddito di cittadinanza. Temo che una misura simile si tradurrebbe in una ritirata dal campo della lotta al lavoro nero o delle politiche industriali, di ricerca e sviluppo. Poi, non è chiaro da dove potrebbe arrivare la copertura economica, considerato che ogni anno non si riesce neanche a coprire l’importo per meno di duecentomila borse di studio.
4. La legge 390/1991 prevede lo strumento del prestito d’onore, che, pur essendo attivo da tempo, non ha avuto il successo sperato: sono stati erogati dagli Enti Regionali e dai Collegi universitari solamente 250 “prestiti”, mostrando chiaramente che si tratta di una politica tesa all’indebitamento dello studente, più che a garantirne il diritto allo studio. Qual è la vostra posizione nei confronti di tale legge e come pensi possa essere migliorata?
L’intenzione del Ministro Meloni è rimasta tale: non mi pare sia aumentato il numero di studenti che accedono al prestitoL’idea di accedere alla formazione attraverso un sistema di indebitamento è il riflesso di un sapere inteso come possesso: studiare è una scelta e un beneficio solo individuale, è giusto quindi all’interno di questa logica che sia lo studente e la sua famiglia a pagare. Come fosse un telefonino o una vacanza. In questo modo però, si indebitano coloro che non possono coprire immediatamente ingenti spese: ovvero, i ceti meno agiati.
Il precedente è quello degli Atenei USA che, con la prima presidenza Reagan, avviarono il processo di liberalizzazione delle tasse e gli studenti iniziano ad indebitarsi: oggi chi arriva alla laurea porta con sé un debito medio di 24 mila dollari. Se il passato servisse a qualcosa, bisognerebbe imparare dagli errori. Il sapere, per noi, va inteso come scelta individuale e beneficio per l’intera collettività, i costi dunque devono riguardare la fiscalità generale.
In Italia poi si aggiunge un elemento culturale, un fondo roccioso di abitudini familiari che forse fin’adesso ci ha protetto: i padri non lascerebbero mai debiti ai figli. Pensa al fenomeno della casa di proprietà comprata dai genitori ai figli.
I prestiti d’onore possono avere un senso per i percorsi di alta formazione e specializzazione. Non possono sostituire il rachitico sistema di welfare studentesco del nostro Paese.
[fonte: http://www.gioventu.gov.it/rivoluzionemerito.aspx?sezione=1 ]
Una delle maggiori piaghe che affligge i ragazzi (ma non solo..) alle porte del mercato del lavoro è il cosiddetto ‘stage non retribuito’, grazie al quale le aziende e i privati hanno potuto assumere giovani laureati e laureandi con la promessa di un tirocinio formativo, ma essenzialmente fornendo loro scarse o inesistenti retribuzioni. Quali pensate che possano essere i cambiamenti da attuare per far sì che quello che era nato come ‘dinamismo’ non si trasformi ulteriormente nella piaga della ‘precarietà’?
Ci sono un po’ di cose interessanti a proposito. Una viene dalla regione Toscana, con il piano “Giovani Si” che co-finanzia con 300 euro tirocini presso enti pubblici e privati, con borse di studio (a titolo di rimborso spese) di almeno 500 euro mensili lordi.
Il tirocinio, dovrebbe funzionare come approccio al mondo del lavoro, in cui i lavori sono tanti e le competenze richieste vanno affinate e via via migliorate, ma nei fatti questo è diventato la legittimazione per scindere il salario dal lavoro. Arrivando all’assurdità di avere forme di tirocini obbligatori che non prevedono retribuzioni minime obbligatorie. Una delle cose buone, poche, contenute nel decreto liberalizzazioni di dicembre dovrebbe consentire di avviare i tirocini abilitanti, quelli per gli avvocati per intenderci, già negli ultimi mesi da studente universitario. È ancora fermo, andrebbe attuato. Il problema di fondo rimane la dissoluzione del lavoro, è quello che va ricostruito. Su questo terreno si apre la partita del sapere, questa era l’idea della società della conoscenza.
5- Seguendo la linea tracciata dal ministero Gelmini, il ‘tecnico’ Profumo sta proseguendo una riforma del sistema universitario la cui ‘chiave di volta’ è riscontrabile nell’abolizione del valore legale del titolo di studio, in particolare nei processi di valutazione per i concorsi pubblici, e della relativa valutazione e differenziazione delle università ‘meritevoli’. Come ritenete che si debba affrontare il tentativo di legare a logiche di mercato quello che dovrebbe essere un welfare universalistico?
La discussione sul valore legale del titolo è il fumo che hanno sollevato attorno ad un tentativo più articolato. Per Gelmini, l’università doveva rispecchiare il mondo del lavoro. L’impresa italiana è quella che in occidente investe meno in assoluto per ricerca. Il suo investimento è infatti inferiore a quello pubblico, mentre in tutti gli altri paesi è il doppio o il triplo.
Per questo, se il numero delle immatricolazioni diminuiva – trend negativo dall’a.a. 2003/2004 – il Ministro rispondeva con la meritocrazia, mentre dal prossimo anno accademico a Palermo tutti (tutti!) i corsi di laurea prevedono un test d’ammissione a numero chiuso.
Sempre per lo steso motivo, si sono ridotte risorse per il FFO, per questo non servono fondi per stabilizzare i contratti dei giovani ricercatori. Viene fuori un’università piccola, povera e legata al potere politico. Lo specchio per una domanda di lavoro con basse qualifiche.
Per noi invece l’università è un’altra cosa. Dev’essere più grande, con più studenti, più ricca, con maggiori investimenti dello Stato, più autonoma. L’attività di ricerca deve restare libera dalle scelte politiche, cioè esattamente il contrario di quel che sta facendo l’Anvur.
6- In conclusione, come vedi il futuro degli atenei in questo presente post-gelminiano che comunque porta avanti decreti come il 436 e il 437 (ndA. Decreti sulle tasse al diritto allo studio)? Quali sono le proposte di riforma che pensate vadano messe in primo piano nell’ottica di una maggiore democratizzazione dell’Università?
I decreti di Profumo sono attuativi della legge Gelmini, in perfetta continuità con il passato. Ripartirei da quello che c’era scritto su quel testo straordinario che è il Libro Bianco di Delors, che colse prima e meglio degli altri la funzione del sapere come strumento di sviluppo per la qualità della vita e del lavoro, più di qualunque attività industriale o finanziaria. Le agenzie della formazione devono essere uno spazio ampio di apprendimento, con la scuola dell’obbligo come perno del sistema e l’università come fucina di idee. A questo si dovrebbe inoltre sommare una serie di percorsi di studio per gli adulti.
L’università non è un’azienda o una burocrazia: è un’istituzione che nasce in Europa prima del capitalismo e dello Stato. Crea sapere, non se ne appropria né lo generalizza. Nel volerla fare assomigliare a quello che non è, le è stato fatto un danno grave. Non servono altre norme e leggi, ma politiche. E soprattutto risorse.

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