La nostra associazione, è una rete di associazioni. Siamo presenti in modo uniforme dal nord al sud del Paese, nelle città metropolitane e nei piccoli Atenei della provincia italiana.
La nostra attività è di carattere sindacale, di rappresentanza sociale e politica, ci occupiamo di servizi agli studenti.
Abbiamo rifiutato la logica arrendevole secondo la quale se non posso cambiare il mondo, mi creo il mio angolo di paradiso. Si sta bene solo se stanno bene tutti, o comunque molti.
Rispetto al trascorso degli anni ’90, con le organizzazioni studentesche di ispirazione sindacale – nate nel solco dell’UNEF in Francia – l’esperienza ci dice che non basta fare sindacato. L’Italia non è la Francia, siamo il paese più politicizzato d’Europa: oltre ad una logica di difesa dell’esistente, di vertenza, serve un lavoro di proposta politica, di elaborazione. Queste è l’orizzonte del nostro impegno.
Non riesco ad immaginare nessun percorso di progresso della società senza un coinvolgimento dei movimenti studenteschi. A questi serve però una prospettiva politica: il rischio è sempre che con il freddo di dicembre finiscano le mobilitazioni.
All’interno dell’università, dobbiamo ancora lavorare molto per dar forza alle rappresentanze studentesche. La media di partecipazione al voto è sempre bassa, mai sopra il 20%. Per essere autorevoli serve essere rappresentativi. In alcune università la ragione numerica della rappresentanza varia a seconda dell’affluenza, può essere un incentivo per tutte le liste a lavorare meglio e di più, invitando al voto.
La favola di Abravanel e Giavazzi parla di meritocrazia senza dar risposta ai bisogni. Sono favorevole a stabilire forme di salari minimi, per stage e contratti a progetto, meno al reddito di cittadinanza. Temo che una misura simile si tradurrebbe in una ritirata dal campo della lotta al lavoro nero o delle politiche industriali, di ricerca e sviluppo. Poi, non è chiaro da dove potrebbe arrivare la copertura economica, considerato che ogni anno non si riesce neanche a coprire l’importo per meno di duecentomila borse di studio.
Il precedente è quello degli Atenei USA che, con la prima presidenza Reagan, avviarono il processo di liberalizzazione delle tasse e gli studenti iniziano ad indebitarsi: oggi chi arriva alla laurea porta con sé un debito medio di 24 mila dollari. Se il passato servisse a qualcosa, bisognerebbe imparare dagli errori. Il sapere, per noi, va inteso come scelta individuale e beneficio per l’intera collettività, i costi dunque devono riguardare la fiscalità generale.
In Italia poi si aggiunge un elemento culturale, un fondo roccioso di abitudini familiari che forse fin’adesso ci ha protetto: i padri non lascerebbero mai debiti ai figli. Pensa al fenomeno della casa di proprietà comprata dai genitori ai figli.
I prestiti d’onore possono avere un senso per i percorsi di alta formazione e specializzazione. Non possono sostituire il rachitico sistema di welfare studentesco del nostro Paese.
[fonte: http://www.gioventu.gov.it/rivoluzionemerito.aspx?sezione=1 ]
Il tirocinio, dovrebbe funzionare come approccio al mondo del lavoro, in cui i lavori sono tanti e le competenze richieste vanno affinate e via via migliorate, ma nei fatti questo è diventato la legittimazione per scindere il salario dal lavoro. Arrivando all’assurdità di avere forme di tirocini obbligatori che non prevedono retribuzioni minime obbligatorie. Una delle cose buone, poche, contenute nel decreto liberalizzazioni di dicembre dovrebbe consentire di avviare i tirocini abilitanti, quelli per gli avvocati per intenderci, già negli ultimi mesi da studente universitario. È ancora fermo, andrebbe attuato. Il problema di fondo rimane la dissoluzione del lavoro, è quello che va ricostruito. Su questo terreno si apre la partita del sapere, questa era l’idea della società della conoscenza.
Per questo, se il numero delle immatricolazioni diminuiva – trend negativo dall’a.a. 2003/2004 – il Ministro rispondeva con la meritocrazia, mentre dal prossimo anno accademico a Palermo tutti (tutti!) i corsi di laurea prevedono un test d’ammissione a numero chiuso.
Sempre per lo steso motivo, si sono ridotte risorse per il FFO, per questo non servono fondi per stabilizzare i contratti dei giovani ricercatori. Viene fuori un’università piccola, povera e legata al potere politico. Lo specchio per una domanda di lavoro con basse qualifiche.
Per noi invece l’università è un’altra cosa. Dev’essere più grande, con più studenti, più ricca, con maggiori investimenti dello Stato, più autonoma. L’attività di ricerca deve restare libera dalle scelte politiche, cioè esattamente il contrario di quel che sta facendo l’Anvur.
I decreti di Profumo sono attuativi della legge Gelmini, in perfetta continuità con il passato. Ripartirei da quello che c’era scritto su quel testo straordinario che è il Libro Bianco di Delors, che colse prima e meglio degli altri la funzione del sapere come strumento di sviluppo per la qualità della vita e del lavoro, più di qualunque attività industriale o finanziaria. Le agenzie della formazione devono essere uno spazio ampio di apprendimento, con la scuola dell’obbligo come perno del sistema e l’università come fucina di idee. A questo si dovrebbe inoltre sommare una serie di percorsi di studio per gli adulti.
L’università non è un’azienda o una burocrazia: è un’istituzione che nasce in Europa prima del capitalismo e dello Stato. Crea sapere, non se ne appropria né lo generalizza. Nel volerla fare assomigliare a quello che non è, le è stato fatto un danno grave. Non servono altre norme e leggi, ma politiche. E soprattutto risorse.
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